I rimboschimenti

14 Marzo 2006
Rimboschimento con parcelle di abeti bianchi di 30 anni

Gli Impianti boschivi

I nuovi impianti boschivi vengono comunemente chiamati rimboschimenti o imboschimenti, a seconda che si tratti di ripristino del soprassuolo boschivo o di un effettivo nuovo impianto su terreni prima dedicati ad altra coltura.  Quando il rimboschimento di una superficie, precedentemente sottoposta al taglio, avviene per mezzo della disseminazione da piante preesistenti o da quelle circostanti, si ha la rinnovazione naturale.  Questa è la forma migliore di perpetuare il bosco, ma non sempre è possibile: sia perché mancano le piante disseminatrici, sia per cause intrinseche alla stazione (terreno eroso, presenza eccessiva di animali che si cibano del seme) o anche da errata pratica nel trattamento del bosco.  Quando non si hanno le condizioni idonee alla germinazione del seme e allo sviluppo della piantina, si procede con la messa a dimora di piantine o semi e si parla allora di rinnovazione artificiale o impianto artificiale di un bosco.  La rinnovazione naturale, là dove non viene ostacolata da attività antropiche, in un tempo più o meno lungo dà origine ad una fustaia disetanea, un bosco cioè costituito da piante di varie dimensioni cioè di tutte le classi cronologiche e diametriche. Ci sono inoltre varie tecniche che permettono di indirizzare e guidare la rinnovazione naturale (vedi capitolo sul Governo e trattamento dei boschi in questo stesso volume).
L'opera di rimboschimento, per l'impianto artificiale di nuovi boschi, appare spesso necessaria soprattutto quando la copertura vegetale è particolarmente degradata, i suoli erosi e le condizioni complessive della stazione non consentono di avere, in tempi relativamente brevi, la ricostituzione spontanea del manto forestale.

La scelta delle specie

La scelta della singola specie (nel caso si voglia impiantare un bosco monofitico) o di più specie (nel caso si voglia impiantare un bosco polifitico), è sempre di grande importanza sia che si tratti di boschi di produzione che di protezione o di boschi con altre destinazioni d'uso. Il tipo di vegetazione esistente e l'inquadramento fitoclimatico della stazione consentono, anche quando non esistono dati climatici e pedologici, di individuare e scegliere quelle specie che anche con l'evoluzione naturale si sarebbero insediate autonomamente. 
In Sardegna la scelta delle specie da impiegare rimane circoscritta a quelle che rispondono ai requisiti economici (se questo riguarda la qualità e la quantità di legname da produrre) o a requisiti di protezione, turistici, igienici e ricreativi, quando le finalità del rimboschimento vertono su questi aspetti.
L'impianto di un bosco monotitico crea meno problemi di scelta perché ogni singola pianta ha le stesse esigenze in fatto di luce, suolo e capacità di rinnovazione naturale. Al contrario, volendo consociare più specie nello stesso rimboschimento, è necessario impiegare essenze forestali che abbiano simile temperamento e modalità di accrescimento in maniera che quelle a più rapida crescita non prevalgano sulle altre. D'altra parte è sempre opportuno impiantare più specie in modo che, in caso di fallimento di alcune, la continuità del rimboschimento sia comunque assicurata.
Pertanto in Sardegna le principali specie da impiegare dovrebbero essere quelle native (Sughera, Leccio, Roverella, Pino marittimo, Pino d'Aleppo) o comunque di antica acclimatazione come il Pino domestico, affiancate, dove le condizioni pedo-climatiche lo consentono, da specie di particolare pregio sia autoctone che esotiche,e cioè Castagno, Ciliegio, Pioppi, Noce, Cedro atlantico, Cedro deodara, Pino nero, Ontano napoletano e altre ancora. Un discorso a parte meritano gli impianti artificiali a scopo industriale per la produzione di pasta da carta o materiale per falegnameria andante per i quali vengono usati principalmente in monocoltura pino insigne o eucalipti consociati a volte ad altre specie.

In generale, secondo De Philippis (1985), è meglio consociare le singole specie per piccoli gruppi distinti e contigui, piuttosto che alternare le singole piantine (o semi) delle diverse specie allo scopo di assicurare la sopravvivenza di tutte e di non complicare troppo il successivo trattamento.
Spesso, anche perché in Sardegna vengono destinati al rimboschimento i terreni più degradati, si pone il problema se nell'impianto artificiale di un bosco ci si debba affidare subito alle specie definitive o se si debbano adoperare prima le cosiddette specie preparatorie che hanno appunto: il compito di favorire l'impianto delle specie definitive. Sempre De Philippis (1985) consiglia di impiegare direttamente le specie definitive in quei terreni già coperti da vegetazione forestale in tempi recenti, o provvisti di rada vegetazione arborea, o arbustiva più o meno evo Iuta, mentre l'uso di specie preparatorie viene consigliato, come regola, nei suoli degradati, molto superficiali, impoveriti etc.  Attualmente, in Sardegna, si usa associare le specie preparatorie a quelle definitive per intervenire quindi successivamente con diradamenti ed altri interventi atti a portare a maturità il bosco con le specie volute.

Le lavorazioni del suolo

Il terreno destinato al rimboschimento viene generalmente preparato con diverse lavorazioni a seconda del sistema d'impianto che si voglia adottare e delle specie da impiantare.
La lavorazione può essere totale (andante) o localizzata, entrambe possono venir eseguite a mano o con mezzi meccanici, ma ormai questi ultimi hanno soppiantato il lavoro manuale sia per l'economicità dell'operazione, sia per la qualità e la rapidità dell'esecuzione; inoltre la lavorazione meccanica, più profonda di quella manuale, facilita lo sviluppo radicale delle piantine, specie di quelle fittonanti, dando possibilità di maggior resistenza all'aridità estiva.
La lavorazione andante si esegue in genere in quei terreni posti in piano od in lieve pendenza per evitare l'erosione del suolo; questa lavorazione viene effettuata con mezzi meccanici di adeguata potenza, provvisti di aratro o di ripper preferibilmente tridente, capaci di lavorare il terreno ad una profondità intorno agli 80-100 cm così da permettere alle piantine di affondare le radici più profondamente possibile.   La lavorazione andante è da sconsigliare nei terreni molto esposti ai venti dominanti o freddi poiché le piantine (per es.la sughera) risentono fortemente della mancanza di protezione da parte della vegetazione circostante, soprattutto in età giovanile.  Le lavorazioni localizzate possono essere di vario tipo: a buche; a trincea di scavo e rinterro; a grandoni; a strisce.  Le buche, scavate con attrezzi manuali o meccanicamente, possono essere di dimensioni variabili a seconda del terreno e della specie da impiantare; generalmente le buche eseguite a mano hanno dimensioni regolari di cm 40x40x40, ma ormai la lavorazione manuale si effettua esclusivamente nel caso che la rocciosità sia eccessiva e non si possa impiegare il mezzo meccanico. Attualmente, in Sardegna; le buche vengono eseguite generalmente con un escavatore speciale (ragno) capace di superare forti pendenze e scavalcare ostacoli, nonché di rispettare eventuali ceppaie o piante che si trovassero lungo la linea di lavoro. In genere comunque non si lavora il terreno solo a buche ma con sistema misto: a piccole trincee di scavo e rinterro, eseguite sempre con l'escavatore di cui sopra, della larghezza variabile da 80 a 100 cm e di circa 60-80 cm di profondità, lungo le linee di livello, a volte discontinue per la presenza di ceppaie, piantine o tare rocciose. L'interasse tra le trincee, variabile, è mediamente di 6-7 metri; tra una trincea e l'altra vengono scavate delle buche delle dimensioni di circa 2-3 mq per una profondità di circa 60-80 cm [figura 1, vedi allegato].  Un escavatore tipo ragno (potenza 45 CV), in terreni con abbondante scheletro e rocce superficiali, può eseguire in un'ora circa 70 mI di trincea (scavo e rinterro) e 15 buche. In un ettaro si possono eseguire circa 1300-1500 mI di trincea e 300-350 buche.  La lavorazione a gradoni consiste nell'apertura, con mezzo meccanico di adeguata potenza (CV 100-200), provvisto di lama frontale, di terrazzamenti di varia larghezza (da 3 a 4 metri a seconda del mezzo meccanico impiegato), lungo le linee di livello con contropendenza a monte per trattenere meglio le acque meteoriche ed evitare il ruscellamento e l'erosione delle pendici.   Successivamente si opera con una ripperatura di scasso del terreno terrazzato affinché le radici vi affondino subito [figura 2, vedi allegato].  Attualmente in Sardegna sta cadendo in disuso questa tecnica di preparazione del terreno soprattutto per l'avvento del «ragno» che evita grosse modificazioni della morfologia e del profilo del terreno e, rivoltando la terra, mette a contatto delle radici l'orizzonte più organico. Generalmente lo sviluppo totale dei gradoni per ettaro è di circa 1000-1200 mI, ma questo può variare in relazione alle specie da impiegare e dalla densità iniziale da dare all'impianto. A seconda della larghezza del gradone si possono impiantare una o due file di piantine, spesso intercalando latifoglie e conifere.   La lavorazione a strisce consiste nel lavorare andantemente bande di varia larghezza eseguite in genere in terreni posti in piano o in dolci pendenze oppure in terreni acclivi lungo le linee di livello.
Questi vari sistemi possono essere anche combinati tra loro e la scelta dipenderà dalle caratteristiche pedoclimatiche e morfologiche della stazione e dalla scelta delle specie da impiegare.
La vegetazione spontanea del terreno lavorato va in genere eliminata completamente, eseguendo anche la dicioccatura per eliminare la concorrenza idrica radicale; va invece protetta quella circostante, soprattutto se evo Iuta, che esplica azione protettiva sulle piantine sia nei riguardi dell'eccessiva insolazione che nei riguardi delle gelate e dei venti freddi invernali.

Impianto

L'impianto di nuovi boschi su terreni nudi o cespugliati può essere eseguito per semina o per piantagione, impiegando in quest'ultimo caso piantine nate da seme o prodotte per via agamica. Nelle stazioni migliori è da preferire la semina sia per le latifoglie che per le conifere, ma è opportuno proteggere adeguatamente le sementi da cinghiali e roditori. Negli altri casi si ricorre alla piantagione con postime allevato in vivaio, che presenta costi superiori alla semina diretta (per la coltura in vivaio, per il trasporto a pié d'opera, lo scavo e reinterro della buchetta per la messa a dimora) e anche notevoli fallanze provocate dallo stress dovuto al trapianto. Spesso in contemporanea si esegue la piantagione di latifoglie e la semina di conifere a seme piccolo, che sfugge più facilmente ai roditori [figura 3, vedi allegato].
A questo proposito recentemente nelle foreste demaniali di Sassari ha dato buoni risultati l'impiego di un recinto elettrico a corrente continua posto lungo il perimetro delle zone destinate a rimboschimento. Il filo alto dal suolo circa 20 cm impedisce l'ingresso ai cinghiali con scariche di corrente peraltro non dannose.  Nei nostri ambienti il collocamento a dimora delle piantine può coincidere con l'inizio della stagione piovosa (ottobre-novembre) e protrarsi fino a tutto aprile, salvo, in caso di particolare andamento climatico, anticipando o posticipando tale operazione.

Densità d'impianto

La densità d'impianto varia a seconda della stazione e delle specie da impiegare. Per norma inizialmente dovrebbe essere forte, seguita da uno o più diradamenti quando la copertura del terreno è assicurata; più specificamente in Sardegna le densità d'impianto variano da un minimo di 700-1.000 piantine/Ha per i rimboschimenti a densità definitiva alle 1.000-1.500 piantine per ettaro nella piantagione di terreni lavorati a gradoni o a trincee di scavo e rinterro nelle stazioni più aride sino a 2.500-3.000 nelle stazioni dove si vuole ricoprire più rapidamente il suolo.  I dati sulla nascita di semenzali derivanti da semina diretta sono molto variabili e dipendono per buona parte dalle caratteristiche ambientali della stazione.  Per l'impianto di boschi con specie a rapido accrescimento (Pino insigne, Eucalipti, etc.), eseguito sempre per piantagione con postime a radice nuda o con pane di terra, si impiegano circa 1.000-1.600 piante per ettaro.

La semina

La semina può venire eseguita sia su terreno lavorato con i sistemi suddetti, sia su terreni non lavorati perché troppo pietrosi o troppo sabbiosi (dune litoranee). Su quelli percorsi da fuoco danno quasi sempre buon esito le semine di pini mediterranei, seminati a spaglio direttamente sulla cenere. I semi delle querce vanno sempre ricoperti anche per evitare grosse perdite a causa dei roditori.
In Sardegna le semine vanno eseguite in genere nel periodo autunno-vemino sia perché i semi delle principali specie da impiegare maturano in autunno e sono di difficile conservazione e sia perché una semina primaverile risentirebbe troppo della scarsa disponibilità idrica durante i mesi estivi.

La piantagione

La piantagione si esegue impiegando sia piantine allevate con pane di terra che a radice nuda; in casi particolari (pioppi, robinia, etc.) si usano anche talee o astoni. La scelta di questo materiale è legata alle caratteristiche delle specie forestali da impiegare (rusticità, minimo stress da trapianto, facilità di attecchimento), al sistema di lavorazione attuato e alla presenza o meno di vegetazione spontanea. In gran parte dell'Isola vengono impiegate piantine col pane di terra in quelle zone a forte siccità estiva per quasi tutte le specie impiegate siano esse latifogiie o conifere; mentre nelle zone a piovosità più elevata (superiore a 700 mm) si impiegano sia piantine a radice nuda che col pane di terra; in generale vengono impiantati a radice nuda castagni, noci, aceri, bagolari e frassini e, a seconda del suolo, pini e cedri, mentre le querce vengono sempre allevate e piantate in contenitori. La scelta dell'utilizzo di piantine a radice nuda o con pane di terra dipende sia dalla fertilità della stazione che dal regime pluviometrico.

Le cure colturali ed i risarcimenti

Per assicurare la riuscita del rimboschimento è sempre indispensabile eseguire delle lavorazioni che tendano ad eliminare la vegetazione erbacea dal terreno lavorato, ad agevolare l'infiltrazione di eventuali piogge estive, nonché ad interrompere la capillarità del terreno e quindi limitare l'evaporazione dell'acqua dal suolo. Dette operazioni - diserbo, sarchiatura e ripulitura – sono da effettuare generalmente alla fine della primavera o in estate e sono tanto più necessarie quanto più il clima è caldo-arido.  Nonostante tutti gli accorgimenti un certo numero di piantine vengono a mancare per le cause anzidette; con i risarcimenti si sostituiscono le fallanze (piantine morte) dei primi anni dopo la piantagione o si sopperisce alla mancata germinazione, totale o parziale, della semina.

I rimboschimenti in Sardegna

I risultati variano considerevolmente in relazione alle condizioni più o meno favorevoli della stazione, del materiale d'impianto e delle tecniche colturali adottate.  Le conifere in genere hanno una crescita più rapida nella fase giovanile, grazie anche alla loro frugalità, mentre le latifoglie, di accrescimento più lento in un primo momento, si affermano in un modo più stabile e duraturo, migliorando contemporaneamente le condizioni edafiche; le latifoglie assicurano allo stesso tempo in caso di incendio o taglio la sopravvivenza del bosco grazie alla capacità di rinnovarsi agamicamente.
In passato i rimboschimenti eseguiti in Sardegna erano destinati per lo più a scopi di difesa idrogeologica o comunque di bonifica, soddisfacendo allo stesso tempo anche alle altre funzioni del bosco (produttiva, igienica, ricreativa, etc.). Le pinete litoranee in particolare hanno permesso lo sviluppo turistico di molte zone sebbene siano state impiantate con scopi diversi.  Il problema principale ancora oggi è quello di limitare il più possibile la degradazione dei suoli su vaste aree della Sardegna che a causa dei ripetuti incendi presentano scarsa o nulla copertura forestale e inoltre sono poco produttive per il pascolo. Il recupero di questi territori può avvenire in un primo tempo con le specie arbustive spontanee (e per questo a volte è sufficiente che le zone siano opportunamente recintate) ed in seguito, dove non esiste la matrice forestale, con il rimboschimento eseguito con sistemi di lavorazione del terreno che lascino quanto più possibile compatta la vegetazione arbustiva esistente, con l'impiego di specie autoctone anche se di lento accrescimento.  Fino agli anni '60 si impiantavano per lo più conifere (pini: domestico, marittimo e d'Aleppo; cipressi: comune ed esotici) e ad esse si devono le pinete litoranee di Alghero, Platamona, Sorso, Posada, S. Lucia di Siniscola, S. Margherita di Pula, Caprera e del Monte Limbara dove la pendice Nord è completamente rivestita da pino domestico, pino marittimo, pino nero, cedro atlantico; e, in misura minore, in quest'area sono presenti anche castagno e acero montano. I privati impiegavano soprattutto diverse specie di Eucalyptus, adottando tecniche d'impianto a carattere prettamente agronomico, e sfruttandole spesso come piante frangivento soprattutto nella pianura del Campidano.   Le specie forestali spontanee erano state troppo frettolosamente abbandonate dopo i primi insuccessi verificatisi nei primi decenni del secolo e poi scarsamente impiegate fino all'avvento generalizzato della meccanizzazione, nei lavori di preparazione del suolo.   L'impiego di latifoglie indigene, soprattutto di leccio e sughera, ha dato risultati più che positivi nelle stazioni non eccessivamente degradate, su terreno lavorato profondamente sia in maniera andante che localizzata. Attualmente sono tra le specie più impiegate, miste spesso a specie preparatorie quali pino marittimo, pino d'Aleppo e cedro atlantico. Queste ultime si sono rivelate spesso utili perché, di più rapido accrescimento iniziale, offrono un opportuno ombreggiamento alle specie sciafile come il leccio.  Fin dai primi anni Settanta, tramite il considerevole contributo finanziario pubblico (75% di contributo a fondo perduto ed il restante 25% quale mutuo ventennale al tasso ridottissimo del 2,5%), privati ed Enti (comuni, comunità montane, etc.) hanno potuto impiantare estese superfici con specie considerate a rapido accrescimento.  La specie di gran lunga più impiegata, in questo tipo di colture arboree con scopi esclusivamente produttivi, è il pino insigne (Pinus radiata). Questa specie ha dato risultati diversificati sia per le differenti condizioni ambientali nei luoghi d'impianto sia per i danni provocati da alcuni parassiti (funghi, insetti), ma è soprattutto l'incendio che ha ridotto in maniera considerevole questo tipo di boschi, spesso con perdita totale del prodotto.  Nelle tabelle vengono sinteticamente illustrate sia le specie forestali autoctone od esotiche di più comune impiego nei rimboschimenti, che quelle specie minori le quali, difficilmente utilizzabili in modo massivo, possono essere impiegate a corredo delle altre, determinando così una condizione di maggiore naturalezza del nuovo impianto.

[Articolo tratto dal libro "Ambiente naturale in Sardegna: elementi di base per la conoscenza e la gestione del territorio" - C. Delfino Editore]

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