In Sardegna Bivacchi e Rifugi sono stati istituiti, dopo lunga attesa, grazie a un iter legislativo bipartisan conclusosi in Consiglio Regionale con l'approvazione della Legge Regionale n.14 del 2024 che a partire dall'art.5 definisce e istituisce le aree di sosta attrezzate per i bivacchi itineranti, i bivacchi fissi, i rifugi escursionistici (qui approfondimento pubblicato nel 2023 ).
L'agenzia Forestas ha già provveduto nel 2024, con un gruppo di lavoro interno, alla prima mappatura sull'intero territorio regionale, di queste aree fondamentali per la media e lunga percorrenza a piedi nella Rete Escursionistica, ciclo-escursionistica ed ippoviaria, nonché sui Cammini di Sardegna. Tuttavia, ancora, queste strutture non sono "disponibili".
Sono infatti attese con grande interesse le direttive che renderebbero "esecutiva" questa opportunità, avviando la classificazione di queste strutture che è possibile adibire a "rifugio" e "bivacco" (nelle foto di questo articolo: alcuni dei bivacchi realizzati da Forestas nel Gennargentu - ormai due anni fa - in attesa delle norme regionali).
In attesa di tali direttive (la Legge sarda ne affida l'emanazione alla Giunta regionale, per le competenze in materia di Turismo, Ambiente, Enti Locali, per disciplinarne la fruizione, con particolare riferimento al numero massimo di persone ammissibili, al tempo massimo di permanenza e alle modalità d'uso dei luoghi...) continuiamo ad osservare quello che avviene nelle altre regioni, dove ugualmente fervono interesse e aspettative sulle nuove evoluzioni, dopo che la Legge nazionale sulla Montagna (settembre 2025) ha chiarito definitivamente che queste competenze sono demandate alle regioni (qui l'approfondimento sulla nuova legge per la Montagna)
I lavori del convegno Bivacchi delle Alpi 1925-2025 - Storia, progetti, usi, futuro
Il CAI nazionale, attraverso il suo vice-presidente generale con delega ai rifugi e alle opere alpine, ha recentemente espresso il proprio punto di vista durante un convegno organizzato a Bolzaneto (Genova) - dedicato ad una riflessione collettiva sul tema che, a prima vista, potrebbe sembrare specialistico, ma che in realtà interroga in profondità il nostro rapporto con la montagna. Questo è interessante non solo se lo sguardo si posa sul contesto "maturo" Alpino o Appenninico, ma anche con riferimento alla "montagna sarda" ed al tanto atteso ingresso del sistema dell'offerta di soste nei bivacchi fissi e nei rifugi escursionistici della Sardegna.
Mettendo insieme competenze diverse, sensibilità differenti, punti di vista che spesso provengono da settori diversi (da quello produttivo a quello della tutela ambientale) si possono trarre conclusioni interessanti anche per la gestione della rete sentieristica (RES) e dei Cammini in Sardegna, tenendo presente che - anche nel nostro contesto - ogni scelta fatta sulla montagna non riguarda mai solo una struttura o un progetto, ma è anche il messaggio che lasciamo a chi verrà dopo di noi.
IL BIVACCO NON è UN "OGGETTO NEUTRO"
Il bivacco è uno spazio utilizzabile in un luogo inospitale e non è mai un oggetto neutro (in Sardegna, attualmente, nelle more della definizione delle norme regionali, i bivacchi sonio decisamente dei "non luoghi" che spesso interessano strutture presenti, usate in modo abusivo o non regolamentato - ma il cui utilizzo non è purtroppo ancora codificato e diffuso come il sistema escursionistico e dei cammini richiederebbe). Il bivacco, nell'accezione e nell'utilizzo che se ne fa nelle Regioni ove già sono stati istituiti, racconta un'idea di montagna (e di escursionismo, e di cammino) e, insieme, un'idea di stare in montagna che una comunità propone alla platea del cosiddetto outdoor.
Il bivacco nasce per rispondere a una condizione limite. Nasce dove non è possibile, e spesso non è nemmeno desiderabile, costruire altro.
Non nasce per essere cercato, ma per essere trovato quando serve. Questa distinzione, ormai condivisa a livello nazionale, può sembrare sottile, ma è in realtà decisiva anche per noi.
Negli ultimi anni il modo di guardare alla montagna ha subito una trasformazione profonda: sempre più spesso ogni luogo viene letto come una possibile meta, ogni struttura come un'attrazione, ogni presenza umana come un servizio da offrire e da consumare. Il bivacco si colloca invece fuori da questa logica.
È una struttura che non promette esperienze, non garantisce comfort, non offre scorciatoie. Offre solo ciò che è strettamente necessario: un riparo, una possibilità, una seconda chance in caso di difficoltà in luoghi impervi. In questo unico senso il bivacco non facilita la montagna, ma la rende più leggibile. Ricorda, con la sua stessa essenzialità, che resta un ambiente impegnativo, dove la responsabilità individuale non può essere delegata a una struttura o ad un servizio a pagamento.
E tuttavia, anche, esistono casi (come nella vicina Corsica) dove il Bivacco è spesso utilizzato come punto di riferimento (di arrivo) dei servizi ai viandanti (ad esempio, per il rifornimento di acqua, il cambio o la sostituzione del kit-zaino, il cibo, un'esperienza con il capraro, il racconto del territorio, etc..).
Bivacco e rifugio non sono due gradini della stessa scala
Non rappresentano una progressione, né una gerarchia. Sono due risposte diverse a due esigenze diverse, che parlano linguaggi differenti. Il rifugio è un presidio territoriale stabile. È una infrastruttura civile della montagna, inserita in una rete, affidata a una gestione (tipicamente forestale) capace di svolgere funzioni molteplici: accoglienza, sicurezza, informazione, cultura, educazione ambientale.
Le foresterie presenti nelle Foreste Demaniali, come quella di Montes (Orgosolo), Linas (Villacidro), Montarbu (Seui) e Monte Pisanu (Bono) sono alcuni tra gli esempi più noti.
Il bivacco, per contro, è una struttura minima, non gestita, spesso collocata in luoghi estremi, dove ogni scelta progettuale ha conseguenze immediate. È pensato per l'uso escursionistico, per la sosta forzata, per l'emergenza. Nulla di più, ma anche nulla di meno. Il bivacco, come recita l'art.5 della norma sarda:
è un immobile dismesso di particolare valore storico/culturale o testimoniale del paesaggio rurale sardo (ovili tradizionali, pinnettos, ricoveri lungo le vie della transumanza) di libera fruizione e autogestito, incustodito e aperto in permanenza, da utilizzare per la sosta temporanea degli escursionisti e dei viandanti sui cammini e sui sentieri, lungo le immediate vicinanze della RES, distante non meno di un'ora di percorrenza a piedi o almeno 3 Km lineari da centri abitati o da strutture ricettive esistenti...
A livello nazionale sta intanto sorgendo il problema legato alla richiesta di bivacchi che possano essere e offrire ciò che dovrebbe fare un rifugio (più posti, più comfort, più dotazioni...) snaturandone l'essenza e al contempo indebolendo il senso stesso del rifugio, che rischia di perdere la sua funzione di presidio strutturato.
Progettare bivacchi: una responsabilità, non un esercizio di stile
Negli ultimi decenni nel contesto alpino/appenninico ma anche in Corsica - che in Sardegna osserviamo con interesse e ammirazione per gli aspetti escursionistici - sono nati bivacchi molto diversi tra loro: alcuni hanno funzionato bene nel tempo, integrandosi nel contesto e svolgendo la loro funzione senza creare problemi, altri, invece, hanno mostrato rapidamente i loro limiti - strutture sovradimensionate, costi elevatissimi, soluzioni tecnologiche complesse, difficoltà di manutenzione, aspettative sbagliate da parte degli utenti (criticità che negli ambienti CAI hanno imparato a conoscere per esperienza diretta).
Ogni bivacco (elevare una struttura esistente a rango di b. - oppure progettarne e crearne di nuove, come è successo sulle Alpi) è una decisione che impegna una comunità per decenni. Si tratta di una scelta culturale, economica e ambientale che produce effetti nel tempo: quali strutture reggeranno davvero in luoghi impervi, negli anni, senza trasformarsi in un problema per chi verrà dopo?
I principi seguiti negli esempi virtuosi in tutta Italia sono pochi ma chiari: sobrietà progettuale, essenzialità funzionale, controllo dei costi, facilità di manutenzione, rispetto profondo del contesto ambientale e paesaggistico e sostenibilità anche grazie all'utilizzo di materiali riciclati e riciclabili.
Questa idea di "bivacco fisso" accetta consapevolmente di essere un luogo e una struttura discreta, quasi silenziosa, con il compito di esserci quando serve, offrire riparo senza fronzoli.
In questo senso, la sobrietà non è una rinuncia, ma una scelta culturale e gestionale molto precisa.
I CAMBIAMENTI CLIMATICI
Il bivacco e l'idea di questa struttura funzionale alla fruizione di trekking di media-lunga percorrenza sarà sempre più chiamato a confrontarsi con cambiamenti profondi, dovuti al clima più instabile, agli eventi estremi più frequenti, al fatto che la montagna è frequentata da un numero crescente di persone, con livelli di preparazione molto diversi.
In questo scenario, il bivacco potrebbe apparire come una risposta rassicurante, ma (come già si discute sulla Alpi e sugli Appennini) se il bivacco diventa una meta, se viene percepito come un luogo da raggiungere più che, come una risorsa da utilizzare in caso di necessità, rischia di perdere la sua funzione originaria.
Il bivacco - questo è l'approccio che arriva dal convegno ligure e che è interessante riportare qui - deve continuare a trasmettere un messaggio chiaro e onesto: un luogo dove non tutto è garantito, ma tutto è affidato alla responsabilità e consapevolezza dell'escursionista.
Responsabilità
Nel sistema-bivacchi alpino - così come nel sistema di segnaletica e manutenzioni sugli ormai tremila chilometri di rete escursionistica della Sardegna - non tutto è garantito, ma molto è affidato alla responsabilità e alla cura degli escursionisti. Responsabilità verso la montagna, innanzitutto.
Citando ancora quanto ci arriva dal convegno CAI l'approccio deve essere: "una montagna che non ci appartiene, che non è un fondale, che non è un parco giochi. Una montagna che ci precede e che ci sopravviverà".
La Responsabilità è anche un concetto multi-direzionale: si esercita verso le persone che frequentano oggi i sentieri, quelle esperte, ma anche quelle che si avvicinano per la prima volta, che cercano non solo servizi e informazioni per fruire in sicurezza, ma un orientamento, un esempio, una misura. E poi c'è la responsabilità, verso chi verrà dopo di noi. Perché ogni sentiero che viene rimesso in sicurezza, ogni bivacco che viene sistemato, ogni rifugio che si aprirà, ogni cammino che tracciamo o manteniamo, è un messaggio lasciato nel tempo.
Il bivacco, più di ogni altra struttura, rende visibile tutto questo. È essenziale, sobrio, privo di mediazioni. Non promette nulla, ma chiede molto. Chiede rispetto, consapevolezza, preparazione.
Difendere il senso del bivacco significa difendere il senso del limite. E difendere e custodire l'idea del limite, oggi, è forse - come suggerito dal vice-presidente del CAI - uno degli atti più controcorrente e necessari che possiamo compiere. Custodire l'idea di una montagna e un territorio che non si consuma attraverso l'escursionismo, ma si attraversa; che non si semplifica, ma si comprende.
(approfondimento a cura del Settore Sentieristica Forestas)







