Verso una rete di aree wilderness

03 Aprile 2017

Scenari europei e nazionali

Il valore della wilderness è associato ad esigenze culturali e spirituali delle persone, che in un mondo sempre più popolato e meccanizzato cercano spazi di libertà, solitudine e relax, dove vivere la natura “selvaggia”(1).
Tuttavia, solo l’1,4% delle foreste europee non mostra segni di intervento umano, mentre il 3,3% è gestito con interventi minimi.
In pratica, l’intero paesaggio forestale europeo è il risultato dell'uso tradizionale o industriale del bosco, anche se in molti casi sta subentrando l’abbandono.
Esiste quindi uno spazio importante per una nuova wilderness europea (1).
I pionieri in Europa sono stati forse i manager del Parco Nazionale della Foresta Bavarese, che negli anni '80 decisero di non intervenire su una grave infestazione di insetti scolitidi che minacciava i boschi di abete rosso. L'infestazione, un fenomeno naturale conosciuto nell'area, ha aperto la copertura forestale, diversificando il paesaggio ed incrementando la biodiversità (2).
La scelta ha però prodotto contrasti tra chi considerava il non intervento una devastazione del territorio e chi vedevano la novità come un passo avanti verso la sua ri-naturalizzazione (3).
Nel Parco Nazionale Val Grande, pubblicizzato come l'area wilderness più grande d’Italia (4) una storia simile, con i visitatori provenienti dalle città interessati alla wilderness ed i residenti locali negativi verso quello che è stato percepito come abbandono del paesaggio forestale tradizionale (5).

L’associazione tra terre “abbandonate” e degrado è, per certi versi, radicata nella cultura europea: in Europa, così come in Sardegna, ondate di sfruttamento estensivo dei boschi si sono storicamente alternate a fasi di abbandono (o de-colonizzazione) dovute a guerre, carestie o malattie devastanti come la peste (1).

Crisi della tradizionale economia agro-silvo-pastorale e spopolamento della montagna

L’attuale processo di decolonizzazione delle foreste è inoltre il risultato della crisi della tradizionale economia agro-silvo-pastorale e del progressivo spopolamento delle aree montane, che non è accettato di buon grado, in quanto tale, dalle comunità rurali che lo percepiscono come "abbandono".
Ma le aree wilderness possono contribuire a dare nuovo impulso all’economia delle aree rurali e contrapporsi all’abbandono del territorio: il cambiamento d’uso del bosco non è necessariamente abbandono (quello vero, dove i territori vengono dimenticati). I cambiamenti socio-economici in atto possono essere colti per fornire rinnovati servizi ecosistemici (6), tra i quali spicca il poter vivere la wilderness, un servizio culturale che sempre più persone richiedono.
Anche in Sardegna, percepita dal turismo naturalistico come terra selvaggia (Supramonte – Golfo di Orosei ad esempio) una rete di “aree wilderness”, opportunamente integrate nel mosaico di usi e paesaggi che evolvono, potrebbe contribuire alla conservazione della natura ed allo sviluppo delle aree rurali.
 

LINK e riferimenti esterni

1: http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0169204614000462
2: http://link.springer.com/article/10.1007/s10531-008-9409-1
3: http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0959378011000811
4: http://www.parcovalgrande.it/pagina.php?id=30
5: http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0169204603002123
6: http://www.isprambiente.gov.it/it/temi/biodiversita/argomenti/benefici/s...
 

(testi a cura di P.Casula)

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