Convegno Nazionale Paesaggio: sintesi dei principali temi trattati

27 Giugno 2017

Il prof. Agnoletti, docente all’Università di Firenze, ha aperto la prima sessione congressuale illustrando come il paesaggio culturale-forestale del nostro paese, fortemente identitario e descritto nelle opere pittoriche e letterarie fin dal Medioevo, sia strettamente connesso alle dinamiche demografiche: in tempi recenti l’abbandono delle aree rurali, “di gran lunga superiore nelle aree sottoposte a vincolo paesaggistico rispetto alle aree non vincolate”, è alla base della perdita dei paesaggi rurali legati all’utilizzo del bosco ed al “vivere nella natura”.

La contrapposizione di una visione puramente estetica del bosco con una visione ecologico-funzionale e culturale proposta dal prof. Del Favero, già docente all’Università di Padova, vede tre diverse interpretazioni del paesaggio forestale, che si riflettono sulle scelte che (consapevolmente o inconsapevolmente) il legislatore, l’autorità di controllo o il gestore compiono nel rapportarsi con la natura e generando spesso dei conflitti - che contrappongono le esigenza umane e la conservazione dell’integrità della natura o del gusto estetico del bosco.

Ogni anno, riporta il dottor Marchetti (SISEF), sono circa 40.000 gli ettari occupati da nuove foreste (fonte ISPRA, 2015) con conseguenze negative dovute all'abbandono delle pratiche agro-silvo-pastorali estensive, con la sottrazione di attività che formano parte integrante della storia e del patrimonio culturale delle genti appenniniche e mediterranee.

Nell’illustrare le problematiche dei boschi Appenninici la prof.ssa Mairota (Università di Bari) ha affrontato il tema della scala spaziale di riferimento della Pianificazione forestale, chiarendo che un approccio di segregazione delle aree sottoposte a tutela - per sottrarle all’ambito delle attività umane - non risponde alle stesse richieste di conservazione che derivano dall’Unione Europea: manca la consapevolezza che la capacità e il flusso dei servizi eco sistemici va ben oltre il dominio spazio-temporale del singolo tratto di bosco o di singolo complesso boscato, ma coinvolge sistemi socio-ecologici più ampi. Bisogna quindi riconciliare le esigenze “scenico-estetiche” delle comunità umane urbanizzate e quelle di un paesaggio funzionale per le comunità rurali e per la biodiversità.

Il Piano Forestale diviene in questo senso strumento di responsabilizzazione, secondo il prof. Scotti (Università di Sassari), e la selvicoltura si identifica nel suo significato originario di ‘cura del bosco’.

Anche nelle foreste storiche, il dottor Mezzalira (ANARF / Veneto Agricoltura) sottolinea che “la selvicoltura deve avere l’obiettivo di conservare attivamente i caratteri che le rendono uniche”.

In stretta connessione con la prima giornata del convegno la seconda sessione ha illustrato le prospettive del settore forestale nelle politiche di sviluppo rurale nel mutato contesto socio-economico: la dottoressa Stefani, già Vice capo del Corpo Forestale dello Stato, dopo un attento excursus sugli effetti delle passate e presenti programmazioni dello sviluppo rurale, propone di rigenerare il valore immaginario dei luoghi e suggerisce, citando Panunzi (2017), che all’immaginario ecologico che allude ad un mondo senza di noi, intrusi pericolosi, proviamo a comporre l’uguaglianza universale con l’irripetibilità individuale delle aree interne.

“Una riconsiderazione complessiva delle politiche forestali che non possono più essere orientate alla sola tutela e alla salvaguardia del bosco, ma devono iniziare a considerare la gestione attiva e sostenibile dei boschi, all’interno del quadro più ampio dell’auspicata green economy anche come opportunità produttiva e di sviluppo socio-economico dei territori rurali”, come sottolineato dal dottor Saba di FederForeste.

Ampio spazio è stato dedicato al tema della percezione della bellezza dei luoghi e all’importanza del vissuto sul valore estetico attribuito dagli individui, siano essi umani che animali. La prof.ssa Chiandetti dell’Università di Trieste ha mostrato le risultanze di studi sperimentali per cui “il bello può essere appreso (e insegnato?)”: le preferenze estetiche sono il risultato di un processo attivo di ricostruzione della realtà sulla base di esperienze vissute.

Proprio la mutata percezione (“cultura ecologica e sociale della collettività” ) delle attività forestali negli ultimi decenni, effetto dell’aumento della popolazione urbana e della diminuzione di quella rurale, e contestuale allontanamento dalla conoscenza delle attività forestali e dei suoi tempi lunghi, è alla base delle esternazioni scandalistiche ed allarmistiche comparse sulla stampa nazionale e locale in occasione di operazioni di governo del bosco, come spiegato dal prof. Piussi, già docente di Selvicoltura all’Università di Firenze. Questa posizione, rappresentativa delle preoccupazioni del mondo ‘urbano’, presenza occasionale e ricreativa in bosco, si oppone alla consapevolezza delle popolazioni rurali, presenza costante e legata al lavoro, alla cultura del ‘saper fare’, alla conoscenza degli attrezzi, delle tecniche, dei limiti, dei tempi biologici, dell’orgoglio dell’abilità ed utilità del fare selvicoltura. Purtroppo in declino.

Senza un'adeguata comunicazione da parte dei gestori del bosco - siano essi pubblici o privati - che spieghi obiettivi e tempi degli interventi selvicolturali e quali siano i benefici derivanti dall’attività selvicolturale per il mantenimento del paesaggio, della biodiversità, dell’erogazione di beni e servizi, questa coscienza si andrà progressivamente perdendo, come sottolinea il dottor Paolo Mori (rivista Sherwood). Risulta necessaria una coscienza collettiva che permetta di accettare, come si accetta l’effetto prima temporaneo e poi definitivo di un intervento chirurgico o edilizio, quali siano gli effetti del ‘lavoro’ (del cantiere) condotto in bosco. Purtroppo il mondo forestale non è stato finora in grado di attivarsi in tal senso per contrastare la controinformazione spesso dilagante su social e web da parte di chi associa al taglio di un albero la desertificazione, colpendo l’emotività delle masse, allertate dai disastri ambientali legati all’utilizzo di quelle stesse fonti di energia non rinnovabili, che si finisce indirettamente per alimentare con la fobia del taglio del bosco.

Il tema della percezione del bosco nella collettività, è stato ripreso dal dottor Paolo Angelini (Ministero Ambiente) che ha mostrato come la collettività attribuisca al bosco un ruolo di protezione e conservazione e molto meno come fonte di beni e opportunità di sviluppo economico. Partendo dall’esempio positivo della Convenzione delle Alpi e del Tavolo Filiera Legno attivato presso il MIPAAF ha sottolineato la necessità di un maggiore coordinamento inter-istituzionale delle azioni di tutela e valorizzazione del paesaggio forestale. Il settore forestale fornisce già un ampio contributo alla green economy, ma potrebbe assumere una funzione ancora più significativa se i governi e altri organi rilevanti adottassero misure atte a sostenere e incrementare il consumo dei prodotti delle foreste e un maggiore utilizzo della moderna energia generata dal legno.

Il capitano Manni dell’Arma dei Carabinieri si è soffermato sull’ermeneutica delle leggi paesaggistiche e sui due diversi criteri alla base della tutela dei beni elencati agli articoli 136 (criterio “estetico” sulla scorta della Legge Croce) e 142 (criterio “funzionale” sulla scorta delle Legge Galasso) del Codice del Paesaggio.

Una dettagliata analisi dell’evoluzione del quadro normativo sulla disciplina paesaggistica è stata offerta dal Soprintendente arch. Fausto Martino (MIBACT), ripercorrendo dalla prima legge nazionale sul paesaggio del 1905 le tappe che hanno portato al Codice del Paesaggio vigente (DLvo 42/2004) e soffermandosi sul regime delle deroghe all’autorizzazione paesaggistica per l’esercizio delle attività agro-silvo-pastorali e per i tagli colturali prevista all’art 149. Secondo il Soprintendente “la deroga,verosimilmente anche a seguito dell’errata interpretazione della sentenza della Corte costituzionale n. 14 del 1996 (riguardante la coesistenza di più beni vincolati ope legis) ha dato luogo ad interpretazioni estensive; si è infatti ritenuto che essa fosse sempre applicabile, indipendentemente dall’origine del vincolo”. Contrario a questa consuetudine il parere dell’Ufficio Legale del Mibact n. 25553/2016, secondo cui, “qualora il territorio boschivo sia tutelato anche con specifico provvedimento che ne riconosca il notevole interesse pubblico per ragioni di carattere paesaggistico-culturale, gli interventi forestali, già compatibili con la tutela dei caratteri morfologici tutelati per legge, richiedono la valutazione della loro compatibilità con lo specifico valore paesaggistico espressamente riconosciuto e tutelato nel provvedimento, mediante ricorso alla previa autorizzazione paesaggistica”. Di uguale tenore il DPR 13 febbraio 2017, n. 31 (in G.U. 22 marzo 2017, n. 68) che non porta alcuna semplificazione o esclusione da autorizzazione paesaggistica per le aree con vincolo paesaggistico di natura provvedimentale.

Il dottor Comino (Regione FVG) ha così introdotto i temi alla base della proposta di “Ammodernamento e semplificazione della legislazione forestale” per la riforma del D.lvo 227/2001 licenziata dal Tavolo Filiera Legno presso il MIPPAF, e suoi legami col paesaggio: “fino al recente passato era presente un approccio politico e culturale fortemente legato alla conservazione tout court del patrimonio ambientale che si è spesso tradotto in un aggravio di vincoli e limitazioni che hanno a loro volta comportato una non gestione delle risorse forestali e del territorio. Questo atteggiamento trova parzialmente motivazione anche nel fatto che in passato non si è posta sufficiente attenzione all’utilizzo sostenibile delle risorse e dall’altro una non sempre adeguata cura e qualità delle opere (infrastrutture di accesso) e dei tagli boschivi. Al contrario, la tecnica selvicolturale, da applicare di volta in volta a ciascun tipo di bosco, è sempre a garanzia della perpetuazione del bosco, ANCHE della sua valenza ESTETICA: gli obblighi di autorizzazioni come quella dell’art. 136 del codice Urbani per i boschi sono secondo il Dr Comino ANACRONISTICI ma anche errati sotto il profilo ECOLOGICO oltre che GESTIONALE. [...] L'allegato I del il DPR 31/2017 (Regolamento recante individuazione degli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica o sottoposti a procedura autorizzatoria semplificata) esonera dall'autorizzazione paesaggistica le pratiche selvicolturali autorizzate in base alla normativa di settore, ma specifica che tale esonero è da riferirsi solo alle aree tutelate per legge di cui all’art. 142 e tra esse «i territori coperti da foreste e da boschi» e non ai beni vincolati dall’art. 136 del D.Lgs. 42/2004 (Immobili ed aree di notevole interesse pubblico) tra cui ricadono anche alcune specifiche e spesso estese aree boscate. Quindi il vincolo ex art. 136 d.lgs 42/2004, "prevale" sull'art. 149 del Codice stesso."

Il dottor Franco Saba (Legambiente) ha sottolineato come talvolta i vincoli provvedimentali siano mirati a mantenere il paesaggio derivante da quelle attività agricole e silvane che - per effetto sia dell’abbandono che degli stessi vincoli imposti alla loro utilizzazione - scompaiono progressivamente, portando ad una alterazione NATURALE del paesaggio, che perde gli elementi culturali legati all’attività antropica.

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