Texile, Aritzo

Texile

E’ una formazione calcarea del Giurese che sorge a 974 m slm.. Sovrasta, con la caratteristica forma di un fungo sbrecciato e le compatte pareti verticali/strapiombanti, un rilievo coniforme modellato nel complesso scistoso del paleozoico. Ha una superficie di 0,8 ha, una larghezza massima di 70 m e minima di 50, un’altezza di 24 m. Costituisce un testimone dell’antica copertura mesozoica risparmiata dall’erosione ed è alveolato da cavità carsiche, oltreché profondamente fessurato: nelle spaccature radicano esemplari di Quercus Ilex, fatto inconsueto a queste altitudini nel massiccio del Gennargentu. Sono presenti endemismi della flora pre-quaternaria. Il sito ha restituito testimonianze di età neolitica, nuragica e romana.

Organismo di gestione: Comunità Montana n. 12 Barbagia Mandrolisai
Provvedimento istitutivo: D.A.R. 707, 29.04.93
Superficie a terra (ha): 21,80
Superficie a mare (ha): 0

Interesse culturale:
Il termine meseddu, diminutivo di mesa, la parola spagnola per tavola, indica lo sgabello formato da un tronco d’albero (PAULIS, 1987) e descrive quindi la forma del monumento. Secondo DELLA MARMORA, il quale ne fece un disegno con il profilo geologico (cfr. Emendamenti..., p. 95 e Itinerario..., vol. I, p. 230), il nome texile è una variante di setzile e significa quindi sedile; un’altra interpretazione lo fa coincidere con tezile, termine barbaricino di origine preromana che indica un cocuzzolo isolato (PAULIS, 1987). Il popolo lo chiama anche Sa Trona de Santu Efis, che da lì avrebbe predicato la fede (DELLA MARMORA, pag. 230). Alla base del Pitzu e’Pranu di Belvì si apre una grotta, secondo la tradizione abitata da una fanciulla intenta a tessere su un telaio d’oro. Nei pressi sono stati individuati insediamenti preistorici, un frammento di vaso decorato della cultura di Bonuighinu (Neolitico) e ceramiche di età romana. La posizione del Tacco del Texile ha destato l’attenzione dell’uomo a partire dalla preistoria. Recenti movimenti di terra hanno portato alla luce resti di muri incassati in una depressione naturale nel versante orientale del Tacco. I muri delimitano un ambiente irregolare all’interno del quale sono stati rinvenuti frammenti ceramici riferibili all’età del bronzo e all’alto e basso impero, che testimoniano una continuità d’uso del sito, punto di controllo del territorio circostante. Nell’area del Texile non mancano tracce di insediamenti dall’età neolitica a quella nuragica: una tomba di giganti si trova presso il Rio Melanusé e domus de janas sono intagliate in un masso del Rio su Fruscu. In agro di Belvì si segnalano le domus de janas di Tonitzò (F. 12, M. 157 e 185, vincolate con D.M. del 28.3.1969). Un’altra domu de janas si trova a Baccu’e Forros (F. 28, M. 7, vincolata con DM del 24.11.1969). Una tomba dei giganti si trova a Su Furreddu’e Carraxioni, presso il nuraghe Su Nuraxi Liustra (F. 29, M. 27, vincolati con DM del 12.12.1969). Va ricordato il Nuraghe Su Nuracciolu. Si ha notizia anche del rinvenimento di una navicella bronzea nuragica. Nella località Gidilao, tra Aritzo e Belvì, è stato ritrovato un tesoretto di monete puniche; presso il Texile ne è stato ritrovato uno di monete romane del I e II secolo d. C., attualmente conservato nel Museo G. A. Sanna di Sassari. Presso la scuola elementare di Aritzo esiste una raccolta etnografica che sarà presto ospitata in un nuovo museo. L’ambiente montano ha prodotto in quest’area attività economiche particolari, in parte ancora vive, come la confezione di dolci, il commercio di castagne, noci e nocciole, la fabbricazione di mobili, legata soprattutto al legno di castagno e di noce, tutte destinate a produrre beni per la vendita, che veniva poi effettuata nei paesi, con una notevole integrazione del reddito derivato dalle risorse locali. I segni del lavoro in questi ambiti meritano attenzione. Tra l’altro si ricorda la raccolta e conservazione della neve per il commercio estivo. Rimangono, a Funtana Cungiada, i resti delle domus de nie o niargios, ampie fosse che venivano coperte con assi e frasche per conservarvi la neve. Non mancano sul posto le iniziative di appassionati naturalisti. Il Museo di scienze naturali di Belvì contiene fra l’altro vari reperti utili per conoscere la fauna locale. Nello stesso paese si è avuto anche un tentativo di costituire un orto di piante medicinali. Presso Aritzo esiste un recinto per i mufloni.
Tutela e valorizzazione:
Questa emergenza, con le altre simili della zona, è menzionata in tutte le guide turistiche della Sardegna. Essa è una popolare meta di escursionismo essendo avvicinabile dalla ss 295 e facilmente raggiungibile con un sentiero pedonale che si diparte dalla ss 125, al km 20,300, per una lunghezza di 1,5 km e superando un dislivello 100 m circa. D’inverno tuttavia l’accessibilità è ridotta. I pericoli di compromissione sono rappresentati dal naturale processo di erosione della base, aumentato in passato da scavi condotti per cercare lenti di minerali ferrosi, argillosi e carboniosi. Sono possibili distacchi e crolli di blocchi, per cui è necessario controllare periodicamente la stabilità del monumento. Sono compatibili con la tutela del monumento l’escursionismo, attività sportive quali l’ascensionismo in roccia purché senza strutture fisse, le attività di ricerca scientifica quali rilievi geologici e osservazioni naturalistiche e le attività forestali miranti al ripristino della vegetazione locale spontanea. Una forestazione attuata con essenze non originarie (pino) compromette la naturalità del paesaggio. Si dovrebbe ripristinare la vegetazione spontanea che si è anche dimostrata più resistente agli incendi. Il Texile dovrebbe rientrare nella zona del parco del Gennargentu, perlomeno secondo la perimetrazione della LR 31/89. Per ora, è stata istituita l’Oasi naturalistica del Texile, che prevede una zona di tutela assoluta per una superficie di circa 100 ha, dalla sommità del monumento fino al fondovalle del Rio Su Arase ed alla ss 295.
Emergenza naturale e ambiente:
Su Texile, o meglio il Meseddu de Texile, è un taccu calcareo del Giurese, che sorge, come un blocco a forma di fungo sbrecciato, dalle pareti verticali ed in parte strapiombanti, su un rilievo coniforme modellato nel complesso scistoso del Paleozoico. Il taccu, dalle pareti molto ripide, verticali o anche strapiombanti, alveolato da cavità carsiche, appare fortemente inclinato sul versante della valle del Rio S’Iscara, versante al quale si raccorda con un piedistallo conico inciso nelle arenarie sottostanti i calcari. Le sue dimensioni sono ragguardevoli: la superficie è di 0,8 ha, con una larghezza massima di 60-70 m e minima di 50 m. La sommità ha una quota di 974 m e il piede di 950 m slm. Le bancate di calcari e calcari dolomitici del Giurese che lo costituiscono poggiano su un imbasamento composto da una formazione conglomeratico - arenacea, attribuita al Permo-Trias, trasgressiva sul complesso metamorfico del Paleozoico pre - ercinico, rappresentato da metarenarie, filladi e metaconglomerati del Cambro-Ordoviciano. Il Texile è uno dei testimoni dell’antica copertura calcarea giurese (Dogger - Malm inferiore), risparmiati dall’erosione, nella depressione che orla il margine occidentale del massiccio del Gennargentu, lungo l’asse Tonara - Belvì- Aritzo. La serie giurese si depositò in ambiente circumlitorale con mare poco profondo, raggiungendo lo spessore massimo di circa 50 m. Il blocco è profondamente fessurato, con esemplari di Quercus ilex radicati nelle spaccature. Il Texile, come gli altri tacchi, ospita una flora prevalentemente calcifila e adattata a condizioni altamente xerotermiche, che contrasta con quella delle valli e dei monti circostanti, dove il bosco è formato da specie caducifoglie. Questa peculiarità dipende non solo dalla posizione sommitale, ma anche dal supporto calcareo. Il leccio qui sale ad una altitudine inconsueta nel massiccio del Gennargentu. Sono presenti anche endemismi risalenti ad una flora prequaternaria, che vi ha trovato rifugio (MARTINOLI, 1956). L’insieme è singolare e la visione che se ne ha all’improvviso dai pressi della cantoniera Cossatzu, provenendo da S, non si dimentica facilmente. Forme simili costituiscono attrattive famose in altre regioni italiane: per esempio la Pietra di Bismantova, un testimone isolato di calcarenite sovrastante argille marnose mioceniche, menzionato da Dante nel Purgatorio (IV, 25- 27). Altre emergenze naturali prossime sono Su Campanili di Gadoni, proposto come monumento naturale, e la grotta di Su Stampu e’Tùrrunu presso Seulo. In località Riu Brebegargius di Gadoni si trovano graptoliti in argilloscisti neri del Siluriano. Le bancate della serie trasgressiva del Permo - Trias - Giurese, discordante sull’imbasamento scistoso del Cambro - Ordoviciano (Paleozoico), sono mediamente dirette N40°E-S40°0 ed immergono verso S50°E con inclinazione di 20°. I sistemi di fratture, verticali o subverticali, sono in prevalenza diretti NO-SE e NE-SO. La morfologia del Texile è tipica anche di altri rilievi della regione circostante, come il Tònneri di Belvì, indicato sulla cartografia come Pitzu ‘e Pranu (846 m), e il Tònneri di Tonara, che insieme rappresentano gli avamposti di altopiani calcarei che diventano più ampi verso S.L’unità paesaggistica originaria è quella di un ambiente sub-montano, la cui morfologia relativamente morbida, modellata sugli scisti filladici paleozoici, è stata ringiovanita dalla sovrapposizione di un reticolo idrografico molto ramificato impostato secondo le principali linee strutturali. La zone boschive si estendono soprattutto sui versanti vallivi più acclivi, mentre i dossi arrotondati sono prevalentemente a pascolo. La lecceta originaria è stata in parte sostituita dal castagneto e dal noccioleto. Nelle aree limitrofe al Texile è stato attuato un rimboschimento di conifere. Il paesaggio agrario varia notevolmente a seconda dell’altitudine, esposizione e clinometria dei versanti vallivi. Sono tuttora diffuse, anche se in diminuzione, le colture del castagno, del noce, del ciliegio e del nocciolo. Sui fondovalle erano particolarmente imponenti i grandi alberi di noce, di cui restano alcuni esemplari. Rimangono lembi degli orti di Belvì, la cui coltivazione era favorita dalle numerose sorgentelle di contatto fra la serie mesozoica, permeabile, e i sottostanti scisti praticamente impermeabili. Il nome di Iscara di Belvì indica infatti un fondovalle umido e fertile (da insula, cfr. PAULIS, 1987).
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