Crateri vulcanici del Meilogu

Crateri vulcanici del Meilogu Monte Annaru, Giave

Crateri vulcanici del Meilogu Monte Annaru, Giave

Caratterizzati da una copertura di vulcaniti oligo-mioceniche poggianti sul basamento cristallino paleozoico. Al di sopra sedimenti, lave e depositi miocenici plio-quaternari e quaternari. Monte Annaru, situato poco più a nord di Giave, a 491 m slm, è un bell’esempio di cono vulcanico, riportabile all’attività eruttiva post-miocenica. La sua posizione isolata lo rende facilmente riconoscibile. Presenta ancora ben conservate le pendici interne ed esterne e l’ampia bocca eruttiva a forma di caldèra da cui effuse la lava che originò il tavolato basaltico situato a N-NE del colle di Giave. All’interno del cratere, durante il periodo invernale, si forma un piccolo lago.

Organismo di gestione: Comunità Montana n. 5 Logudoro
Provvedimento Istitutivo: D.A.R. 18, 18.01.94
Superficie a Terra: (ha) 2,16
Superficie a Mare: (ha) 0

 

Colle S. Bainzu di Thiesi

Colle S. Bainzu, uno dei rilievi dell’area, è modellato nei calcari talora marnosi e nelle marne arenacee mioceniche, debolmente inclinati verso SE e verso NE, che ricoprono le ignimbriti a chimismo prevalentemente riolitico e dacitico, di età oligo-miocenica. Vi si rinvengono due piccoli centri di eruzione contigui, allineati in direzione N-S ecollocati sul margine di un pianoro di tufi interrotto dal solco angusto del Rio Bidighinzu. I due conetti appiattiti sporgono di pochi metri sul pianoro con ciglio a quota 525 m. La quota massima è di appena 537 m. Le due calotte basaltiche (basaniti ad anàlcime), con una superficie di circa 500 mq, sono in parte contornate da detriti derivati dal loro parziale smantellamento. Sono sovrimposti a una bancata di tufi vulcanici bianchi, attribuiti al complesso della formazione trachitoide superiore pre - elveziana. Si tratta di centri di effusione di ambiente sottomarino. Le vulcaniti sono fuoriuscite da fratture della sottostante serie trachi - andesitica. Alcune piccole cave, oggi abbandonate, sono state aperte per estrarne tufo, usato per costruire le case del luogo. L’uso del suolo è a pascolo arborato da grandi sughere e lecci, alcuni pluricentenari. La densità e lo sviluppo degli alberi non consentono di apprezzare i lineamenti di dettaglio. Varie sorgentelle sgorgano da fratture delle bancate tufacee sottostanti, consentendo orticoltura e frutticoltura su terrazzo oggi in stato di semiabbandono. Nei pressi si possono osservare forme derivanti dall’erosione selettiva nelle bancate tufacee alternate alle trachiandesiti, con formazione di ripari sotto roccia, usati per il ricovero del bestiame e, in età preistorica, probabilmente per sepoltura e abitazione. Il Colle è raggiungibile da Thiesi, lungo la ss 121 bis. Dopo circa 2 km, in località Mulinu, si prende una carrareccia che ne risale in parte le pendici, cui fa seguito un sentiero pedonale.

 

Monte Pélao

Su un edificio vulcanico complesso, isolato da solchi vallivi densamente abitati e coltivati, a forma di altopiano, poggia il conetto scoriaceo recente di Monte Mannu (733 m), con il cratere parzialmente conservato. Monte Pélao è principalmente un prodotto del vulcanesimo terziario-quaternario, sviluppatosi lungo le grandi fratture distensive che scomposero la Sardegna in concomitanza con la migrazione e rotazione antioraria del blocco sardo-corso: nella successione stratigrafica, dall’alto in basso (da 625 m a 370 m), ad una colata di 10 m di basalti scuri, fuoriusciti dal conetto di Monte Mannu, segue - per 182 m - una formazione sabbioso - marnoso - calcarea di ambiente marino del Miocene (Langhiano - Serravalliano), sotto la quale affiora una formazione lacustre di sedimenti tufaceo- pomicei di circa 60 m, con livelli selciosi e resti di vegetali silicizzati, poggiante in discordanza sulle vulcaniti calco-alcaline dell’Oligocene-Langhiano. Le lave di copertura sono state classificate da BECCALUVA et al. (1981) come basaniti ad anàlcime, quelle che affiorano nel settore occidentale del rilievo, come hawaiiti porfiriche quelle che compaiono nell’allineamento tra Borutta e Siligo. Le basaniti ad anàlcime (2,1 + - 0,1 M.a., ossia milioni di anni) presentano struttura porfirica con fenocristalli di olivina e clinopirosseno, con frequenti noduli peridotitici e megacristalli clinopirossenici. Le hawaiiti olocristalline mostrano struttura porfirica con fenocristalli di olivina, e clinopirosseni e anortoclasio intersiziale (1,8 + - 0,1 M.a.). Il settore occidentale del pianoro di Monte Pélao, dove affiorano le basaniti ad anà lcime, è caratterizzato dalla presenza di un centro di emissione lavico con cinta craterica e scorie, mentre nel settore orientale, quello dove affiorano le hawaiiti, si trovano, in prossimità del contatto con le basaniti, tre centri di emissione accompagnati da scorie. Poco a N di questi centri si riconosce anche un filone orientato N-S. Il Monte Pélao, che con il suo profilo tabulare si staglia sul paesaggio circostante, rappresenta un esempio didascalico di inversione del rilievo. I basalti sommitali fuoriuscirono e si espansero da una struttura formatasi presumibilmente in una zona depressa. Essendo più resistenti all’erosione dei sottostanti sedimenti, rimasero isolati rispetto alle depressioni vallive scavatesi al loro margine. Sulle pendici si rinvengono tratti di boscaglia a roverella abbastanza ben conservati (Bosco Figona, in territorio di Bonnànaro e Bosco Bisonza, in quello di Siligo). Il nome potrebbe derivare da pélagu, di chiara origine latina, riferibile a ristagni d’acqua che si formano sull’altopiano, come su tutti i ripiani basaltici (PAULIS, 1993). Si accede al monte da tutti i paesi circostanti, Thiesi, Bessude, Sìligo, Bonnànaro e Borutta. Da quest’ultimo esiste una buona strada asfaltata.

Monte Annaru-Pòddighe di Giave

Guardando verso N dal pianoro della Chiesa di S. Giacomo, presso Giave, si nota un conetto chiaramente delimitato con ampio cratere, alto 491 msm. I lembi del cratere rimasti più evidenti sono denominati Monte Annaru a N (area del monumento naturale) e Monte Pòddighe a S. Per la sua posizione isolata si impone all’attenzione ed è immediatamente riconoscibile come cono vulcanico. La bocca eruttiva è ben conservata (caldera) e le sue pendici interne ed esterne non sono deturpate da cave o da opere. La naturalità del paesaggio appare discretamente conservata, se non si considera lo stato di degrado della vegetazione, cespugliosa ma abbastanza compatta. È stato riprodotto da DELLA MARMORA (cfr. Atlas de la troisième partie, Géologie, tav. VI, fig. 1), il quale riferisce che il cratere ha circa 100 m di diametro su 15-20 di altezza nel punto dove il margine è più elevato e 4-5 nel punto in cui è più basso. Dalla caldera, in parte riempita da scorie, si effuse la lava che originò il tavolato basaltico che si sviluppa a N e NE del colle sul quale si trova Giave. Il tavolato fu poi inciso dal Rio Mannu. Verso O, una colata ha raggiunto il Campo Giavesu. Tra il colle di Giave e il Monte Annaru sporge il neck di Pedra Mendarza, che si eleva sui sottostanti terreni arenacei miocenici; esso appartiene ad una corona di piccoli centri di emissione, torrioni isolati dall’erosione selettiva, che circonda il blocco centrale. DELLA MARMORA lo ha ricordato, facendone anche un piccolo disegno (fig. 123, p. 521, parte terza di Viaggio in S.), col nome di Pedra Meddarza, e lo considerava contemporaneo dei crateri estinti della zona (cfr. Emendamenti e aggiunte, p. 177). Le colate sono costituite da basalti transizionali afirici, ipocristallini, più raramente alcali-basalti subafirici con noduli peridotitici anche dell’ordine del decimetro. La loro età è risultata di 0,2 M. a (BECCALUVA et al., 1981). Le lave, quasi interamente circondate da depositi detritici quaternari, a NE e SE poggiano direttamente sulle vulcaniti oligomioceniche mentre a S e a N sovrastano le facies marine sedimentarie mioceniche. Giave è posta su un pianoro basaltico che rappresenta la sommità di un blocco tettonico sollevato (antico centro di emissione) culminante nel Planu Roccaforte (636 m). Il paesaggio agrario circostante alterna i pascoli, oggi prevalenti, dei terreni piu rocciosi con terrazzamenti in parte ancora vitati. Interessanti pinnettas in pietra, ben conservate, sono sparse nei campi.

Monte Ruju

Monte Ruju (o Rubiu) è il più elevato del sistema di coni allineati in direzione NNO-SSE (Sos Pianos, Pubulena, Ruju, Sa Figu ’e Mannu). La cima maggiore (536 m), con un cratere ben conservato, si colloca sulla sommità di un edificio dove si aprono due bocche, di cui M. Ruju costituisce la maggiore e M. Sa Pescia, posto immediatamente a NE, è la minore (500 m). Le due cime corrispondono a centri di emissione di lava basaltica fuoriuscita da una frattura del substrato di arenarie mioceniche grigiastre. Deve il nome alle scorie rossastre che appaiono sulla sommità del versante meridionale. Alla base del versante settentrionale una cava abbandonata mette in evidenza le sottostanti arenarie tenere grigiastre. I basalti hanno struttura porfirica con fenocristalli di plagioclasi, olivine e clinopirosseni e frequenti xenocristalli di ortopirosseni. Sono inoltre presenti rari xenoliti a struttura granoblastica mentre sono frequenti i noduli gabbrici e peridotitici e i megacristalli di plagioclasi e clinopirosseni. La loro età è di 0,6 + - 0,1 M. a. (BECCALUVA et al., 1981). Alla base del cono si riconosce una colata lavica che scende in pianura in direzione S-E, per una lunghezza di 4-5 km, declinando via via da circa 400 m slm a circa 330. La ss “Carlo Felice” la taglia con una bassa trincea all’altez-za della Cantoniera Figu Ruja. Un’altra colata, lunga anch’essa circa 4-5 km, è scesa dal cratere di Monte Sa Pescia in direzione N-E, costituendo l’altopiano di Pianu Edras che si collega con i basalti fuoriusciti dal cono del Pubulena. L’intero complesso del cono e delle colate forma un marghine o emergenza continua che divide due brevi pianure, Campo Làzzari a N e Pauli (Bonifica di Sìligo) a S, entrambe poste sui 300-350 m slm. Esso forma anche un tratto dello spartiacque tra il Flumini Mannu di Sassari e il bacino del Coghinas. Il cono presenta una forma asimmetrica, simile al Monte Pubulena, con un pendio più dolce verso N e una brusca rottura subito sotto la cima a S. Due dicchi, emergenti nel versante meridionale, sono di basalto, rappresentato da una tristanite ipocristallina, leggermente alterata, con fenocristalli di clinopirosseno, orneblenda ed olivina parzialmente trasformata in iddinxite. La matrice è costituita da plagioclasio, clinopirosseno e minerali opachi. La differenza tra le composizioni petrografiche della colata sommitale e dei dicchi indica che l’edificio vulcanico si è formato in due distinte e successive fasi. La datazione radiometrica conferma che i dicchi hanno 1,85 M. a. (milioni di anni) e la colata 0,6 (BECCALUVA et al., 1981). Uno dei dicchi sporge a guisa di cresta che scende lungo la linea di massima pendenza, mediamente in direzione NS, simile ad un muro qua e là sbrecciato (chiamato muru ‘e ferru, per il suo colore rugginoso), dove si susseguono tor allineati e tratti di muro compatto. Di altezza variabile, la cresta emerge dalle rocce incassanti più tenere per effetto dell’erosione selettiva. L’erosione differenziale ha agito in maniera diversa sui depositi sabbioso - arenacei miocenici, con il risultato che il dicco risalta di oltre 7 m, con uno spessore di circa 1,2 m. Ai piedi del versante il muro si interrompe a causa della dislocazione verso S, con un rigetto di almeno 100 m. Il paesaggio agrario è caratterizzato da pascoli arborati da grandi sughere, ricchi di sorgenti e percorsi da mandrie e greggi. Il marghine forma un’area naturalmente ben difendibile, orlata di nuraghi, alcuni dei quali ben conservati. M. Ruju è raggiungibile da S, lasciando la “Carlo Felice” al km 193,5 e imboccando la strada, in costruzione, Sìligo- Ardara, la quale permette di osservare anche i coni di Sa Figu e Monte Mannu, posti a S. Il centro abitato più vicino è Sìligo, a 4,4 km.

Monte Pubulena

Uscendo dalla “Carlo Felice” al km 193,8, si prende la strada di Campu Làzzari per Ploaghe e dopo circa 3 km si giunge in prossimità di un altro conetto, non lontano dal paese di Ploaghe. Parte del medesimo allineamento, il cono presenta una morfologia molto simile al Monte Ruju, con analoga asimmetria dei versanti. Un po’ più basso (459 m slm), sporge di poco al di sopra della pianura di Campu Làzzari, densa di alte sughere. Anche questo edificio è policentrico, essendo il centro di emissione principale del piccolo espandimento di lava basaltica accompagnato ad altri due coni un po’ più bassi. I basalti, debolmente alcalini, sono caratterizzati da struttura porfirica, con fenocristalli di olivina, plagioclasio e clinopirosseno e massa di fondo ipocristallina con noduli di gabbro, peridotite e xenoliti di quarzo. La loro età, stabilita con metodi radiometrici, è di 0,9 - 0,4 M.a. (BECCALUVA et al., 1981). L’affioramento è delimitato a N da un vasto espandimento di alcalibasalti più antichi (0,14 - 0,10 M.a.) ed è contornato per i restanti lati da detrito di falda, che ricopre in parte la serie sedimentaria miocenica, rappresentata prevalentemente da facies arenaceo-marnoso-sabbiose. Nel versante meridionale alla base dell’affioramento emerge dalla copertura detritica un filone di basalto, diretto mediamente N-S. La lava ha formato un altopiano, attualmente esteso soprattutto a N e interrotto a S del vulcano da una valle incisa nel substrato arenaceo della piana. Gli usi del suolo distinguono i due ambienti: pascolo arborato con sughere sul basalto e colture a vite sui terreni miocenici. Il cono è rivestito da vegetazione erbacea e basso cespugliame, con rari alberi.

Altre forme vulcaniche

Tra gli altri conetti e crateri del Meilogu uno dei più interessanti è il Monte Cuccureddu di Cherémule che DELLA MARMORA (1826/57) considerava il meglio conservato della regione (cfr. tav. VI dell’Atlas...). Si erge di 50 m su un terreno terziario, ricoperto da un altopiano basaltico. Dal cratere la lava è arrivata fino in pianura. Un’ampia cava ne ha devastato il versante orientale, rendendolo improponibile come emergenza naturalistica degna di conservazione. Il manto vegetale, ricco di ginestre arboree, è stato trasformato dalla forestazione con essenze estranee all’ambiente. Una strada asfaltata sale fino a pochi metri dalla cima (676 m slm), dalla quale il panorama è ampio. Il Monte Arana di Bonnànaro è un conetto lavico isolato, alto 535 m slm, allineato con Monte Oes di Terralba, posto più a S. I versanti simmetrici sono rivestiti di pascolo. Appena sotto la sommità si nota un affioramento di balsalti a fessurazione prismatica verticale. Un motivo di interesse culturale è costituito dall’antico Santuario di S. Maria delle Grazie, recentemente restaurato. Monte Austidu di Torralba presenta un cono scoriaceo profondamente intagliato da una cava che permette di vederne la struttura interna. Presso Torralba, Monte Cùjaru è un edificio scoriaceo alto m 486, attribuito al vulcanismo pleistocenico. La sua netta forma conica, rivestita da pascolo arborato con sughere, poggia su conglomerati andesitici e trachiliparitici. Vicino a Ploaghe, Monte S. Matteo è formato da scorie rosse e brune, che per la loro leggerezza sono state adoperate nelle volte delle case di Sassari (DELLA MARMORA, 1826/1857). Il Monte Castangia ha in cima una depressione, nella quale si riconosce il cratere da dove è uscita una colata che si prolunga al fondovalle. Vi si vedono dei prismi. Scorie brune e rossastre formano il Cratere d’Ittireddu (cos indicato da DELLA MARMORA, 1826/1857). Scorie simili hanno dato corpo al Monte Oes (=boves) di Torralba, nel cui ammasso tondeggiante si distingue a fatica la bocca eruttiva. Della sua lava sono costruite le case più antiche di Torralba. Monte Massa, il cui conetto di scorie fresche sorge presso Ploaghe, conserva la forma del cratere, leggermente incisa a NE, in corrispondenza di una slabbratura dalla quale è uscita una sola colata lavica che si allunga fino ai mulini del Maniscalco. Infine, DELLA MARMORA indica una serie di conetti, tutti di forma molto fresca, che si allineano più o meno in direzione NS, come gobbe o “mucchi di grano” sporgenti dal terreno terziario o balsatico. Il distretto vulcanico tra Thiesi e Mores, che DELLA MARMORA ha battezzato ”Alvernia sarda”, viene comunemente indicato con il nome di Meilogu, che significa “luogo di mezzo”. L’area è costituita da una copertura di vulcaniti oligo-mioceniche, poggianti sul basamento cristallino paleozoico, che affiora nel settore più orientale, ricoperte da sedimenti marini e lacustri miocenici, lave plio-quaternarie e depositi detritici di versante ed alluvionali quaternari. Le manifestazioni vulcaniche oligo-mioceniche appartengono al ciclo “calco-alcalino” Auct., conseguente alle condizioni tettoniche e geodinamiche che determinarono la migrazione e rotazione antioraria del blocco sardo-corso e l’apertura del Rift sardo, allungato dal Golfo dell’Asinara al Golfo di Cagliari. La sequenza vulcanica, costituita da alternanze di andesiti, ignimbriti e tufi riolitici di età compresa tra 25 e 13-11 M. a., sono ricoperte dalla serie sedimentaria miocenica. Alla base della successione stratigrafica miocenica è presente un orizzonte di sedimenti tufacei, pomicei, spesso pisolitici, a resti di vegetali silicizzati di ambiente lacustre, (“lacustre” Auct.), datato Langhiano (POMESANO CHERCHI, 1968). Di spessore variabile da luogo a luogo per la complessa morfologia modellata nelle sottostanti lave, questo orizzonte talora sembra mancare ed il Miocene marino o le coperture basaltiche poggiano direttamente sul basamento vulcanico oligo-miocenico. Il lacustre è ricoperto da circa 500 m di sedimenti marini rappresentati, dall’alto in basso, da calcari talora marnosi ad echinidi, molluschi e litotamni, da marne arenacee e quindi da arenarie marine, talora eteropiche a sabbie deltizie, e da sabbie argillose piritose e resti carboniosi. Nel settore NE sono più comuni e sviluppate le facies clastiche, tanto da far pensare ad un paleodelta entro il bacino miocenico. Sui sedimenti marini, erosi e modellati, si sono adagiate le lave del vulcanismo post-miocenico, prodotti essenzialmente basaltici, che si sono sviluppati in un ambiente geodinamico distensivo. Si tratta dei cosiddetti “basalti delle giare”, nei quali si riconoscono basalti alcalini, basalti a carattere potassico (trachibasalti) e termini ad affinità calco-alcalina (basalti sub-alcalini e andesiti basaltiche). Sono inoltre presenti basalti associati a coni vulcanici scoriacei rappresentati da basaniti ad anàlcime, basalti alcalini, trachibasalti e facies associate, appartenenti alla linea alcalina. Le datazioni K-Ar eseguite su tali prodotti mostrano che l’attività vulcanica riprende intorno ai 4 M. a. fino a 2 M. a., anche se la freschezza morfologica e la posizione topografica di certi apparati basaltici, dentro valli di recente formazione, fa pensare che siano più giovani di quanto indicato dalle datazioni (COULON, 1977). Depositi detritici quaternari rivestono i versanti e fasciano la base delle cornici basaltiche, mentre alluvioni terrazzate plio - quaternarie ed alluvioni recenti ed attuali ricoprono i fondovalle; le zone acquitrinose e depresse sono in parte colmate da depositi detritico - terrigeni. Il paesaggio geomorfologico presenta vari motivi di interesse, che vanno dai conetti quaternari prima descritti ai pianori lavici più antichi, a guisa di mesas isolate dall’erosione e poste a copertura di rocce sedimentarie più antiche. L’espansione lavica quaternaria ha avuto luogo su un modellato simile a quello attuale, cosicché spesso le colate si sono incanalate lungo le valli, fossilizzandone il fondo (Badde Sa Idorza presso Ardara). Molto peculiare la colata del Coloru, di età quaternaria, che ha colmato un’antica valle, creando, per inversione del rilievo, due nuove vallecole ai suoi lati. Le valli che separano le mesas presentano versanti scoscesi coperti di boschi di lecci, oppure, se più dolci, da pascolo e prato-pascolo. Le numerose sorgenti (di contatto tra il basalto sovrastante e le marne subito sotto) hanno favorito lo sviluppo agricolo. I centri abitati sono situati in posizione elevata sulle sommità o subito sotto gli orli (koronas) dei tavolati. Vari sono gli aspetti geografico - agrari: le superfici dei pianori lavici sono divise tra i villaggi che vi hanno trovato i loro spazi pastorali, disponendosi tutt’intorno; le vigne rivestivano i versanti e ai fondovalle spesso paludosi e malarici gli abitanti preferivano le sedi più elevate. Mentre le colate basaltiche sono di facies sottomarina, i coni di scorie si sono formati dopo l’emersione del basamento. Essi sono stati attivi simultaneamente ed in un’epoca appena precedente al vulcanesimo vesuviano ed etnense. Le loro forme si riferiscono ad un’attività di breve durata e sono molto fresche. Le sorgenti termo-minerali, numerose nella zona (Funtana de S’Abba Uddi e Funtana di Bidda Noa, nel territorio di Terralba, con resti delle terme romane), costituiscono anch’esse manifestazioni tardive del vulcanesimo recente. Anche se non è un cono vulcanico, il Monte Santo (733 m) spicca nel paesaggio del Meilogu come una tipica mesa, dove un residuo di colata basaltica costituisce il pianoro sommitale che ha riparato dall’erosione le sottostanti formazioni elveziane a diversa facies. Tra i paesaggi vegetazionali, va ricordato Su Tìppiri, una lecceta di pianura posta a SE di Cherémule, al cui interno si conservano pinnettas in pietra. Per la presenza di un substrato sassoso e inadatto ad altri usi, Su Tìppiri costituisce uno spazio boschivo specializzato nell’allevamento suino brado.

Interesse culturale:
La rassegna toponomastica fa rilevare il valore geomorfologico del termine korona, che indica l’orlo dei ripiani lavici e le stesse domus de janas che vi si aprono. Il termine pòddighe con cui è indicato un lembo del cratere del Monte Annaru significa in logudorese ‘dito’. Un significato morfologico ha anche la parola cuccureddu, che significa ‘montagnola’ o ‘piccola cima’. Nella iconografia della Sardegna i conetti hanno un loro posto: la tavola VI dell’Atlas de la troisiéme partie, Géologie, di DELLA MARMORA presenta tre disegni panoramici dei crateri e conetti del Meilogu, dove tutti gli elementi menzionati sono chiaramente riprodotti. Del conetto di Monte Pubulena si dà anche un disegno dello spaccato (cfr. Emendamenti e aggiunte..., p. 193). Il territorio del Logudoro - Meilogu è uno dei più ricchi di monumenti archeologici che attestano la frequentazione umana a partire dal Neolitico antico a ceramica impressa, scoperto per la prima volta nella grotta di Filiestru a Mara e successivamente nella grotta Sa Korona di Monte Mayore a Thiesi. Sono ampiamente documentati il Neolitico Medio, con esiti di Cultura Bonu Ighinu (4.500 a.C.) ed il Neolitico Finale (3.000 a.C.) continuato nel Bronzo Antico con la “Cultura di Bunnànnaro”, individuata per la prima volta a Corona Moltana, che prosegue senza soluzione di continuità fino al Medio Evo. La geomorfologia ha favorito l’insediamento in grotta e l’uso funerario di tombe a domus de janas, mono o pluricellulari, spesso raggruppate in necropoli. Le più note sono quelle di Miseddu a Cherèmule, di Enas di Camungia a Bessude, di Mandra Antine a Thiesi e di Rio Molinu fra Giave e Cossoine. Le emergenze archeologiche più rilevanti e più adatte all’inserimento in un itinerario di fruizione turistica sono i monumenti di epoca nuragica. Alcuni di essi hanno avuto ampio spazio nella storiografia nuragica tra i secoli XVIII e XIX, come il Santu Antine di Torralba e il Nuraghe Oes, che costituiscono esempi di mirabile perizia architettonica, con pochi confronti in tutta l’Isola. La scelta dei luoghi per la loro costruzione mostra un’attenta analisi da parte dei nuragici, che hanno privilegiato punti dominanti su costoni calcarei e basaltici, come nel caso dei nuraghi San Giorgio, Padru, Porcu Inzu, Fraigas, Cassadas. Numerosi altri occupano aree pianeggianti ricche di sorgenti come Nuraghe Sa Spirito Santo, nelle vicinanze della chiesa campestre omonima, Nuraghe Longu, Nuraghe Culzu, Nuraghe Cabu Abbas. Le numerose testimonianze provenienti dai siti archeologici del Logudoro - Meilogu sono attualmente raccolte nel museo di Torralba, che contiene un’ampia esposizione di cippi miliari, documento della massiccia presenza romana nella zona, riscontrata anche in sovrapposizione stratigrafica in almeno 200 nuraghi dei 350 noti nel territorio. I coni vulcanici del Meilogu per la maggior parte non conservano resti di monumenti di interesse archeologico, tranne Colle San Bainzu, dove sono leggibili alcune strutture di un nuraghe e i filari di base di alcune capanne. Vista l’eccellente posizione che i conetti potevano assicurare per il controllo del territorio e considerata l’enorme quantità di monumenti presenti nelle aree circostanti, questa mancanza è forse attribuibile al fatto che i terreni delle pendici, molto frazionati e terrazzati, sono stati intensamente coltivati. Assai ricche di monumenti sono invece le colate laviche che scendono dal Monte Ruju e dai centri di emissione vicini (Nuraghe Traversa, Nuraghe S’Iscala Chessa, Nuraghe Morette, Nuraghe Crastula, Nuraghe Putturuiu, Nuraghe Scala Ruia, Nuraghe Tranesu, Nuraghe Ponte Molino, Nuraghe Santo Filighe, Nuraghe Ortolu, Nuraghe Conzattu e Nuraghe Arzu). Presso la ss 131 va ricordata la chiesa bizantina di Mesu Mundu con le omonime terme romane. Il vulcano Pubulena è anch’esso contornato da vari nuraghi posti in pianura (Nuraghe Conca de Ozzastru, Nuraghe Arcusa, Nuraghe Su Laccu, Nuraghe Regos, Nuraghe Bolinu). Pochi sono i nuraghi sul tavolato del Monte Pèlao, mentre tutt’intorno restano le tracce di numerosi insediamenti preistorici nonché un gran numero di chiese campestri, la maggior parte dirute. L’uso di attingere a questi coni e alle colate laviche relative per ottenere materiali da costruzione data da tempi molto antichi. Sarebbe pertanto interessante uno studio diacronico dell’uso di questi materiali lapidei nei monumenti archeologici, nelle abitazioni e nelle chiese. I nuraghi Santu Antine ’e Oes del Campo Giavesu sono stati, secon-do DELLA MARMORA (1826/1857), costruiti con blocchi di lava uscita dai crateri di Monte Annaru e di Monte Cuccureddu. Dal vulcanetto di Cherémule si estraeva fino ad alcuni anni fa un tipo di basalto poroso, la cheremulite, utilizzata come inerte speciale. La cava è attualmente chiusa. L’attività estrattiva localmente prosegue ancora, specie nei conetti più facilmente raggiungibili da grossi mezzi di trasporto. Per un verso le cave consentono di ammirare la struttura interna dei coni (con un’utilità didattica), ma alla lunga, proseguendo l’estrazione di materiale, le forme vulcaniche perdono inevitabilemente la loro identità. Si rende pertanto necessario vietare le attività estrattive perlomeno su un certo numero di coni.
Emergenza naturale e ambiente:
Le forme vulcaniche presenti nel Meilogu sono varie e numerose. La LR 31/89 ne seleziona cinque: Colle S. Bainzu, Monte Pélao, Monte Pubulena, Monte Ruju e Monte Annaru. La dizione ‘crateri’ è per esse limitativa, non avendo tutte crateri riconoscibili, mentre più soddisfacente sarebbe la definizione di ‘edifici vulcanici’. DELLA MARMORA rilevò che i conetti del Meilogu, in alcuni casi crateriformi in altri a forma di cupola, sono più o meno allineati in senso N-S; le colate ebbero luogo su un terreno già emerso e modellato dall’erosione che aveva intaccato anche le colate basaltiche più antiche. Si tratta di vulcanetti effimeri, da annoverarsi tra le più significative manifestazioni eruttive oligo - mioceniche e plio - quaternarie nel suolo sardo. È possibile che la loro attività si sia prolungata fino all’epoca del primo popolamento della zona. PECORINI (1963) notava la varietà del paesaggio geografico, in cui alle emergenze topografiche maggiori (Monte Santo, Monte Pélao) corrispondono lembi di copertura basaltica dura e compatta che costituiscono altopiani piccoli e circoscritti. L’attività vulcanica quaternaria, di breve durata come dimostrano il basso numero di colate e la scarsità o l’assenza di materiali della fase esplosiva, ha prodotto una morfologia vulcanica frammentaria e dispersa. Gli apparati sono allineati in senso N-S, lungo fratture attraverso le quali il magma si è riversato ricoprendo i terreni miocenici più antichi. 13a.
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  • Su Gologone, la maggiore fonte carsica della Sardegna, perennemente sommersa, è situata alle falde del Supramonte, presso la riva destra del fiume Cedrino.
  • Su Suercone è una grande dolina di origine carsica situata nel vasto altopiano di calcare mesozoico del Supramonte di Orgosolo.
  • Nel parco urbano di Santa Maria Navarrese, centro turistico dell'incantevole costa di Baunei, sono presenti alcuni patriarchi arborei, relitti della foresta mediterranea che un...
  • Divenute ormai un simbolo del luogo, sono situate presso la punta meridionale dell'Isola di San Pietro, in uno splendido scenario costiero di promontori, calette e falesie. Scheda...
  • L'area di Sos Nibberos copre una superficie di circa 7 ettari e ha intorno a sè un'area di rispetto e di rinnovazione di 350 ettari. Ricade completamente all'interno della Foresta...